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PADRE PADRONE E-mail
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mercoledi' 11 agosto
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un film di paolo e vittorio taviani con Omero Antonutti, Nanni Moretti, Marcella Michelangeli, Saverio Marconi, Fabrizio Forte.

colore 117 min - Italia 1977
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Padre padrone è importante soprattutto perché è una sintesi riuscita di lirismo e di sociologia. Perché le implicazioni psicologiche di un conflitto generazionale in cui coesistono odio e amore, debito e vendetta, raggiungono lo spettatore sotto forma di tensioni drammaturgiche _cariche fino allo spasimo di tensioni visive. Perché con l'asciuttezza dei classici moderni ci porta nel cuore di una tragedia in cui un eroe del nostro tempo e il suo antagonista (un figlio contro il padre) hanno ambedue statura altissima grazie alla forza di rappresentazione di autori che non sono disposti né ad alcun compromesso col divismo né ad alcuno scarto nel melodramma.
Ispirato al libro di Gavino Ledda dallo stesso titolo, Padre padrone è l'autobiografia di un giovane pastore sardo analfabeta che, ribellandosi a un genitore autoritario e a una civiltà primitiva, sui vent'anni si mise a studiare e riuscì a laurearsi. In altre parole, il ritratto d'un uomo fattosi da sé in cruda polemica con la famiglia e con una terra che gli sembrò maledetta, e dunque esempio vivente delle conquiste cui può condurre la volontà. Anche molto di più: l'analisi d'una condizione sociale e intellettuale propria del sottosviluppo, una metafora delle tensioni del Terzo mondo, un apologo sulla libertà conquistata mediante il possesso della parola e della cultura, anche se questo comporti la necessità di mangiare i propri padri. E finalmente l'elogio della disobbedienza al comandamento patriarcale «Onora il padre e la madre» quando esso perpetua l'immobilità sociale e condanna alla sudditanza in nome dell'ideologia del possesso e della tribù.
Raccontando di come Gavino fanciullo fu obbligato dal padre a lasciare la scuola per andare sui monti a guardare le greggi, di come si ribellò a quel destino di secolare solitudine e ignoranza, e di come il servizio militare a Pisa lo indusse a smettere di pensare in dialetto, finché dopo una rissa violenta col vecchio poté studiare e laurearsi, i Taviani intrecciano un toccante concerto di motivi culturali e di accensioni fantastiche. Orchestrato, sul tema dominante del rapporto fra solitudine e infelicità, con uno stile memore ancora del didascalismo di Brecht, ma aperto ai minacciosi silenzi della natura, alla scoperta dei rumori di un'altra civiltà, allo sgomento e alla rabbia, in cui combaciano simbolo e realtà, e le due potenti figure del padre e del figlio si confrontano come momenti allegorici d'un conflitto nel quale si esprime il dolore della storia.
Mettendo a frutto l'interpretazione, benissimo calibrata, di due attori provenienti dal teatro, l'Omero Antonutti venuto dagli Stabili di Trieste e di Genova e il giovane Saverio Marconi reduce dal «Metastasio» di Prato, Padre padrone ha molte scene ammirevoli: quasi tutta la prima metà, percorsa da un sentimento fertilmente ambiguo del paesaggio, quella d'una processione in cui il santo portato a spalla dai giovani ha il volto del padre, le molte in cui la madre è una presenza sfumata nel silenzio. E l'intervento, al principio e alla fine, del vero Gavino Ledda ne rafforza il valore di storica testimonianza.
Ciò che tuttavia ne fa un film di rara compattezza è ancora una volta l'accordo fra linguaggio e ideologia, la pregnanza politica dell'immagine e l'intensità figurativa del discorso, sorretti ambedue da un sonoro che mischiando i «Miserere» sardi a Strauss, Mina agli inni tedeschi dei bevitori di birra, la campana a morto allo stormire delle fronde fa da colonna portante d'uno spettacolo che onora il cinema italiano e aggiunge una medaglia al labaro della seconda rete televisiva.

da Giovanni Grazzini, Il Corriere della Sera, 3 settembre 1977