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BERLINGUER TI VOGLIO BENE E-mail
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mercoledi' 16 giugno
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un film di Giuseppe Bertolucci con Alida Valli, Roberto Benigni, Carlo Monni, Chiara Moretti.

colore 90 min - Italia - 1977
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Chi vuole bene a Berlinguer è il Cioni Mario già portato sul video da Roberto Benigni. Manovale e contadino nella piana tra Firenze e Pistoia, è comunista per disperazione. Ha inchiodato un ritratto di Berlinguer allo spaventapasseri nel campo, ma più come sarcastico esorcisma che per devozione: sa già che nemmeno lui potrà salvarlo dalla miseria. Mentre aspetta che, campa cavallo, dia il via alla rivoluzione, scopre addirittura che ai suoi piedi nascono funghi velenosi. Cioni Mario è un giovanotto senza padre, con una mamma che non perde occasione per insultarlo e deriderne la cretina bruttezza. Idea fissa, le donne. I suoi svaghi domenicali sono i film sporcaccioni, quattro salti nella pista danzante, la tombola alla casa del popolo, e la speranza d'una zoccola. Ha qualche amico. Buio, Bozzone, Gnorante, ma disgraziati come lui: con la rabbia in corpo e poche lire in tasca. Quando per vendicarsi di vederlo ballare con una bellona gli fanno credere che la mamma è morta, il Cioni non piange: impreca contro la terra, merda e sperma, e s'aggomitola sotto un ponte tra il fango. Quando scopre che era uno scherzo, torna a cercarne la protezione. La mamma è brutta come una strega, ma è il suo unico affetto. C'è da capirlo se, dopo aver fatto fallire il progetto di sposarlo a una zoppa, il Cioni si sente stringere il cuore scoprendo che la mamma si metterà con Bozzone, l'amico al quale egli l'ha venduta una notte per pagare un debito di gioco. C'è stata una sconosciuta che gli ha lasciato il suo telefono, ma Bozzone gliel'ha cancellato, ed era una ragazza di città con la quale Cioni aveva saputo soltanto scusarsi di esistere. Povero Cioni: con la mamma in ghingheri e il pugno di Bozzone sotto il naso non ha nemmeno più la forza di far piroette e dir parolacce.
Sta di fatto che Berlinguer ti voglio bene è nel genere bassocosto un'operina notevole, che traccia il ritratto di un uomo nella sua esatta cornice, col piglio magro e rozzo da esso richiesto, ma in trasparenza ne porge un'immagine surreale che gli sottrae ogni linea volgare. Si dice questo perché il Cioni Mario non parla come il Petrarca. È un bifolco toscano, un po' grullo e molto infantile, che si esprime col lessico naturale a chi, impedito di crescere e di avere una carta d'identità, ha un rapporto col reale soltanto attraverso gli organi genitali e le funzioni del corpo, e vede tutto il mondo sotto specie vulvare. Sia chiaro: il film è controindicato per gli spettatori d'indole leopoldina che si sono fatti un'idea della Toscana sul Fucini e il Collodi. Qui si risale più indietro, alle radici d'un popolo empio e sboccato, per spregio della pochezza umana, che non ha la nozione di osceno e si difende dalle disgrazie calandosi nell'immondizia. Se un becero è un toscano allo stato di grazia, il turpiloquio del Cioni si snocciola come una giaculatoria, il suo onanismo è il miserere della carne. Ora qual è la speranza? Che il pubblico, come ha già fatto la censura, comprenda la verità malinconica sottesa alle sconcezze, e sostenendo il trauma della sua insolenza verbale penetri la tragica amarezza di questa risposta plebea ai borghesucci di Amici miei. Giuseppe Bertolucci e Roberto Benigni gli offrono strumenti appuntiti e sfrontati. Se c'è un difetto, troppo sentimentali. L'uno con una messinscena asciuttissima e la presa diretta, l'altro con un'interpretazione che ha momenti memorabili. Tutto girato sui luoghi (una Toscana né carne né pesce), tra borghi e figure iperreali, il film è povero perché autentico e autentico perché povero. Vi si riconosce una divertita trasfigurazione, svariante dal tenero al beffardo, dei diversi elementi psicologici e sociali che compongono l'ambiente. Mentre il monologo escatologico in cui il Cioni, credendosi privato della madre, sfoga il dolore è di un grottesco biblico, il suo duetto con la zoppa è cantato nei modi sadici della comica chapliniana; mentre nell'incontro in auto con le due femministe serpeggia il sorriso dei timidi, il dibattito nella casa del popolo è una satira che scuoia, e la fiaba invereconda raccontata dalla mamma ha l'arguzia di una caricatura barocca.
Re della fiaba, Roberto Benigni. Con i suoi gesti di zotico smarrito, ora trasognati dall'eco di Pierrot ora di burattino e di clown: una maschera che traduce il lamento e la parodia del lamento, l'inferno in bocca e l'anima a pezzi.

da Giovanni Grazzini, Il Corriere della Sera, 1 novembre 1977