LABORATORI
CINEFORUM
| UN'ORA SOLA TI VORREI |
|
|
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- mercoledi' 6 ottobre ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- un film di Alina Marazzi colore 55 min – Italia - 2002 ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- ![]() ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- La nostalgia è necessaria alla vita, dice Alina Marazzi a proposito del suo Un’ora sola ti vorrei . E intende la nostalgia non solo per una madre «che non c’è e non c’è mai stata», ma anche «per tutto quello che è stato e non tornerà». E proprio questo sentimento, insieme d’abbandono e di presenza ritrovata, che fa del suo film molto più che un’opera “personale”, molto più che un viaggio privato attraverso il tempo e la memoria. D’altra parte, è certo anche un viaggio personalissimo, questo piccolo film di montaggio. Lo si potrebbe anzi definire il viaggio di ritorno - impossibile, e però felicemente intrapreso - verso un volto a stento conosciuto, e poi a lungo smarrito. Aveva 7 anni, Alma, quando la madre Liseli se ne andò, potandosi via anche la memoria di sé. Tuttavia, di lei e del suo tempo lontano qualcosa era rimasto, quasi dimenticato in un vecchio armadio. Si trattava di immagini, di suoni, di movimenti che il cinema - quel cinema “minore“ con cui talvolta si scrivono le storie familiari - aveva catturato e conservato. Sosteneva Pier Paolo Pasolini che ogni sforzo ricostruttore della memoria è già, dal suo primo muoversi, una sequenza cinematografica. Si ricorda per immagini, infatti, e anzi per scelta e montaggio di immagini. Non è la verità del trascorrere del tempo - se pure ne esiste una -‚ che noi vediamo nel film mentalmente “montato“ con i nostri ricordi, ma la sua verosimiglianza, la sua messa in scena a partire da una sceneggiatura e da una regia che ci appartengono. In fondo ogni biografia, ogni storia di sé s’avvicina a un film. Come un film, inquadratura dopo inquadratura e sequenza dopo sequenza, procede lungo sentieri il cui senso e la cui direzione non si conoscono fin tanto che il montaggio non si chiude. Solo allora, solo dopo l’ultima inquadratura, quel film assume tutto il suo senso, e tutta la sua “moralità” . Il che significa che il suo autore e protagonista potrà certo immaginarlo e sperarlo, quel senso, ma che solo i suoi spettatori lo conosceranno davvero. O meglio: solo i suoi spettatori, ognuno a partire dai suoi propri occhi e dalla sua propria memoria, lo riconosceranno. Questo mancava, ad Alma:questa possibilità di “riconoscere” il film della madre, la storia di sé che la madre aveva scritto, o tentato di scrivere e poi interrotto. Le mancava dunque la possibilità di tornare ai suoi propri inizi, al primo muoversi del suo stesso film. Le era preclusa la nostalgia, che fa della vita di un uomo e di una donna un cammino ricurvo, una linea che procede in avanti solo perché sa che qualcosa la attende nel passato. E però tutto questo - l’inizio, il cammino, la possibilità del ritorno - stava di fatto in quell’armadio, nel susseguirsi ancora muto di piccoli rettangoli di celluloide. C’era una regola, certo, nei film girati dal nonno per una vita intera, dal 1926 agli anni Ottanta. Dice Marazzi che si trattava di una regia borghese dettata dalla volontà di raccontare una storia coerente, un passare felice tra generazioni: quella dei nonni, appunto, e poi dei genitori e di lei stessa, insieme con il fratello. Ma come per lo più capita nel buio d’una sala, e anche per il cinema maggior’ ‚ quella regia non ha retto di fronte ai suoi occhi e al suo desiderio di spettatrice. Passavano le immagini, passavano le ombre, passavano i suoni, e altre immagini, ombre e suoni le venivano ridestati ed evocati, lontani da quella antica volontà di racconto. La sua messa in scena della storia della madre pretendeva un altro montaggio, un altro senso e un’altra “moralità”‚ meno felice. Così, insieme con un’ottima montatrice (Ilaria Fraioli), la bambina di un tempo cerca e ritrova il volto della madre tra i tanti possibili che stavano, muti, sulla celluloide. Lo ritrova accostando immagini, e anche opponendole l’una all’altra (in una piccola sequenza in montaggio alternato, che crea un campo/controcampo virtuale, il volto della nonna e quello della madre sembrano cercarsi, rifiutarsi, abbandonarsi). E lo ritrova negando e capovolgendo il significato apparente délle inquadrature, con il dolore profondo e con la speranza profondamente delusa che risuonano nelle lettere e nei diari di Liseli, o con la spietata freddezza dei referti medici. Insomma, lo riconosce per quanto non sia presente, quel volto perduto e amato. Lo riconosce proprio perché non è presente, perché è stato e non tornerà, e forse addirittura perché non c’è mai stato. Ma questo non diminuisce il suo amore, né la forza della nostalgia. Al contrario, poiché ora quel volto è tutto suo, in esso Alina può rispecchiarsi e ritrovarsi. Ora è lei, la “moralità” del film che Liseli interruppe, tanti anni fa. da Roberto Escobar, Il Sole-24 Ore, 31 Luglio 2005 |

