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CINEFORUM
| LA CINA E' VICINA |
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---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- mercoledi' 22 settembre ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- un film di Marco Bellocchio con Paolo Graziosi, Glauco Mauri, Elda Tattoli, Daniela Surina, Mimma Biscardi, Alessandro Haber, Claudio Cassinelli, Pier Luigi Aprà bianco e nero 107 min – Italia - 1967 ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- ![]() ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Marco Bellocchio, l’autore dei Pugni in tasca, l’enfant terrible del cinema italiano, e anche l’autore più giovane (anni 28) venuto quest’anno alla ribalta di Venezia, spara, con La Cina è vicina, un’altra raffica a raggera. I bersagli coprono un ampio semicerchio della vita italiana: i socialisti, i preti, la nobiltà di provincia, e anche quei gruppi di giovanissimi infatuati di Mao. Sicché va subito detto che il film, all’inverso del titolo, preso in prestito da un libro di Enrico Emanuelli, non è una minaccia o una speranza, ma soltanto un pretesto per meglio collocare il racconto ai nostri giorni. Non tocca a noi dire se la realtà giustifica tanti sarcasmi; forse essa esprime un processo di maturazione che merita soltanto il disprezzo di chi si arrocchi su astratte posizioni di principio. Ed è probabile che coinvolgere nell’ironia, insieme ai preti e alla piccola nobiltà di provincia, anche la classe proletaria e i giovanissimi infatuati di Mao derivi appunto da un anarchico moralismo vicino al qualunquismo di chi nasconde nella nausea della politica la paura della storia. Tuttavia resta il fatto che Bellocchio, come narratore satirico, ha mano sicura e unghia arrotata. Egli sa metter su uno spettacolo che sebbene irriti un poco per certo suo tono goliardico, spesso diverte per la vena umoristica e la vivacità del racconto. Siamo a Imola. Una famiglia patrizia (conserva sottovetro la scarpa di un papa) è composta di due fratelli e una sorella: il maggiore, Vittorio, professore di liceo, iscritto al partito socialista; Elena, sui trent’anni, che amministra il patrimonio e Camillo, convittore in un collegio di preti, il «cinese» che in chiesa serve messa. Vittorio ha una segretaria, Giovanna, fidanzata con Carlo, un giovane esponente della sezione socialista, ambedue d’estrazione proletaria. Si avvicinano le elezioni comunali, e il partito, anziché a Carlo, offre a Vittorio di essere candidato. Questi accetta, e chiama Carlo in casa, perché lo assista nella campagna elettorale. Mentre Camillo è disgustato che il fratello maggiore si sia messo dalla parte del governo, Giovanna prima piange la sfortuna del fidanzato, poi ne lamenta l’arrivismo e il servilismo. Carlo invece ha compreso che affiancarsi al compagno conte è un modo per spartire la torta, ripetendo su scala familiare il processo realizzatosi al vertice del partito. Si butta su Elena, già avvezza a facili amori, e senza fatica la conquista. Per rivalsa, Giovanna si dà a Vittorio, che intanto ha cominciato a far comizi e a sollecitare voti di preferenza da parenti. Quando Elena aspetta un bambino, va su tutte le furie: essa ha capito che Carlo, pensando ai soldi, vuol costringerla a sposarlo, e perciò cerca d’interrompere la maternità. Ma Carlo, con l’aiuto di Giovanna, manda all’aria il progetto della donna. E Giovanna, in cambio, ottiene a sua volta d’avere un figlio da lui, che Vittorio dovrà prendere per proprio. Il groviglio si scioglie con un doppio matrimonio: fra Carlo ed Elena e Giovanna e Vittorio. I «signori» sono stati messi in trappola, e i due figli del popolo hanno fatto un balzo avanti verso il benessere borghese. L’unico rimasto estraneo al mercato è Camillo, che continuando a carezzare i sogni rivoluzionari è andato di notte a scrivere sui muri che la Cina è vicina, ha messo una bomba nella sede socialista, e sguinzagliato cani e gatti a un comizio del fratello maggiore. Che egli non rappresenti un’alternativa concreta alla politica del centro-sinistra, ma soltanto uno stadio infantile dell’ideologia progressista, il film l’ha detto fin dall’inizio, quando il collegiale teorizzava la possibilità di certe esperienze erotiche su una ragazza-cavia. Debole, e quasi inesistente, sul piano della polemica politica, perché la tesi di Bellocchio rivela un moralismo astratto, se non il qualunquismo delle estreme, La Cina è vicina è un film nato sulla scia di quelle satire di costume, esercitate soprattutto nei confronti della vita di provincia, che prima in America e poi con Pietro Germi hanno divertito il pubblico cospargendo lo schermo di vetriolo. Pur confermando la vena umoristica che, maturata in sarcasmo, serpeggiava nei Pugni in tasca, Bellocchio ha messo molta acqua nel suo vino. Integratosi nell’industria cinematografica, tenendo d’occhio realisticamente il mercato, e impegnandosi a consegnare un prodotto che non avrebbe avuto noie con la censura, egli si è limitato, col secondo film, a mobilitare la propria vena beffarda per una pittura impietosa di certe zone tipiche della società italiana. Ha raggiunto lo scopo, grazie alla vivacità del suo ingegno e del suo temperamento di narratore. Se La Cina è vicina, infatti, delude come opera di provocazione intellettuale, si raccomanda a un pubblico che voglia soprattutto divertirsi. Meno docile di Germi, ma ormai più graffiante, Bellocchio allinea e incastra caratteri e situazioni con uno spirito derisorio che manda in brodo di giuggiole chi gode nel sentir parlare male del prossimo. Qui nessuno si salva. Vittorio è ben dipinto come un ambizioso pavido e apprensivo; Elena come una donna di sensi caldi, autoritaria e altezzosa; Camillo come un inibito che ha trasferito nell’adorazione di Mao la spinta religiosa impostagli in collegio; Carlo e Giovanna come due arrampicatori disposti a tutto. Che Bellocchio sappia strappare non più soltanto acidi sorrisi ma risate di cuore, inserendo persino elementi da pochade nel suo universo grottesco, il film mostra spesso. Basta citare la riunione della microcellula maoista in cucina, certi «pulcini di Maria» che vanno a cantare inni religiosi al capezzale di un vecchio prete soltanto perché sperano di ricevere caramelle e sigarette, il primo comizio di Vittorio, in una piazza di paese semideserta (finirà con l’auto fracassata), le sue avances a Giovanna perché gli apra le braccia (arriva persino a offrirle in regalo un barometro), la paura dei socialisti alla notizia che i «cinesi» stanno per far saltare la sede, il chirurgo che doveva operare Elena, lo scompiglio provocato dai cani-lupo sciolti da Camillo mentre Vittorio espone ai compagni la propria autodifesa, e quel bel finale in cui le due donne fanno insieme esercizi di preparazione al parto. Tutte scene in cui si apprezza la sicurezza del ritmo e l’essenzialità d’uno stile che rabbiosamente mira sempre al sodo. Virtù che Bellocchio non ha perso, e ora è messa al servizio di un umorismo tagliente, di un razionalismo ai limiti del cinismo che esclude qualsiasi sentimentalismo. Come è un film politico soltanto nella cornice, così La Cina è vicina non è un film poetico. Se mai didascalico, nel suo rifiuto d’ogni ghirigoro. Ma la secchezza di questo nuovo ritratto dell’Italia dialettale, interpretato con molto impegno da Glauco Mauri, Elda Tattoli, Paolo Graziosi, Daniela Surina e Pierluigi Aprà, dà talvolta al film la lucidità d’una lama. Non sono molti i registi che mentre feriscono fanno ridere le loro vittime. Si capisce perché Bellocchio, che considera Luchino Visconti il regista più senile di tutta la vecchia guardia, veneri Buñuel e la sua vena di sadismo. Ma è per lo meno curioso che mentre il cinema nuovo va verso forme di racconto sempre più aperte, Bellocchio si chiuda in rigide strutture. Diciamo che pensa allo spettatore, e vuole andare per le corte. da Giovanni Grazzini, Il Corriere della Sera, 2 settembre 1967 |

